Un caso di scomunica nella Mosorrofa dell'Ottocento

Una strana vicenda, rinvenuta tra le pagine ingiallite di un documento archivistico, che in alcune parti diventa anche di difficile lettura a causa dell’inchiostro ormai sbiadito, ci rimanda nel lontano 1878 quando, tal Domenico Nucara di Mosorrofa, dopo un “grave alterco” avuto con un sacerdote residente nello stesso luogo, con “sacrilega audacia” passò alle vie di fatto, percuotendolo a calci e pugni in una pubblica via del paese.

Alla scena, come riportato, vi assistettero indignati non pochi testimoni e il religioso non ci pensò due volte a sporgere la querela che in sede di tribunale porterà alla condanna dell’aggressore, costringendolo a scontare diversi mesi di reclusione e a pagare una pesante multa.

I guai per il Nucara non erano però ancora finiti, poiché la stessa Curia non rimase indifferente a quanto accaduto nel piccolo paese collinare e la scomunica da parte del Vescovo non tardò ad arrivare.

Escluso dalla vita comunitaria della Chiesa cattolica, la vita, per Domenico Nucara, non dovette essere tanto facile.  Non poteva più entrare in chiesa, né ricevere i sacramenti, come l’Eucarestia, né fare da padrino. Persino i funerali religiosi, al termine della sua vita terrena, gli sarebbero stati negati. Uno scandalo imperdonabile per la piccola comunità del suo villaggio fortemente ancorata ai valori cristiani e dove i riti religiosi scandivano la vita giornaliera.

Fu allora così che, dopo una lucida presa di coscienza dovuta ad un ripensamento che lo portò a riconoscere il suo errore, “dolendosi fortemente l’animo di vivere segregato dalla chiesa” e dagli effetti salutari dei sacramenti, “sinceramente pentito ed umiliato” pensò di rivolgersi al Vescovo dell’Arcidiocesi reggina Francesco Converti affinché “benignamente” intercedesse presso la Santa Sede per la remissione della sua pena che incominciava sempre più a pesagli come un macigno.

Toccato dalla sincerità di quelle parole, il Prelato decise a tal proposito di indirizzare una lettera al Sig. Cardinale penitenziere maggiore a Roma, in cui lo pregava, “baciando devotamente il lembo della Santa Porpora”, di concedere la grazia, assicurando sua “Eminenza Reverendissima” del pieno ravvedimento di quel fedele che apparteneva alla sua diocesi, il quale nel frattempo si era anche riconciliato col sacerdote che aveva malmenato.

Solo, infatti, il tribunale della Penitenzieria Apostolica, la cui competenza ricadeva esclusivamente sull’ambito del foro interno, poteva concedere assoluzioni, dispense, grazie, sanzioni e commutazioni.

Colpisce il fatto che, per rafforzare ancora di più la sua opera di convincimento verso il Cardinale nell’intento di riportare all’ovile la sua “pecora errante”, il vescovo reggino, abbia usato il vocabolo “resipiscenza”, termine derivante dal tardo latino, che suggerisce un percorso di maturazione e umiltà. Un concetto quindi che andava oltre il semplice pentimento, in quanto sottolineava la ritrovata lucidità e la volontà da parte del Nucara di correggere la propria condotta.

E poiché per la Chiesa nessuno è condannato per sempre, finché esiste il desiderio del ritorno, siamo indotti a credere, senza andare a cercare la verità tra gli 85 chilometri di scaffalature dell’Archivio Segreto Vaticano, che il provvedimento di scomunica, nei confronti di Domenico Nucara, sia stato certamente annullato e che egli abbia infine ottenuto l’assoluzione da parte di quel tribunale ecclesiastico, grazie al suo cambiamento interiore e alla volontà di tornare ad un comportamento corretto.