Un ricordo del prof. Minuto, amico di Eco

Il 30 marzo scorso è tornato alla casa del Padre il prof. Domenico Minuto, intellettuale e storico reggino tra i massimi esperti della cultura grecanica e bizantina. Ha pubblicato libri sulla storia della Calabria e ha contribuito a tenere viva la memoria delle minoranze linguistiche oltre ad aver accompagnato associazioni e studiosi alla scoperta della cultura delle aree grecaniche e aspromontane. È stato più volte a Mosorrofa in occasione di convegni e presentazione di libri. Varie volte ha scritto per il nostro Eco di Mosorrofa di cui era appassionato lettore. Riportiamo un suo articolo inviatoci nel marzo 1981 in cui invitava i giovani a riscoprire e custodire i tesori culturali della nostra tradizione greca e bizantina.


                                                       Tesori da conservare

Sempre più spesso vivendo a scuola, mi capita di incontrare giovani che non si orientano a parlare delle nostre contrade, capiscono male il dialetto, confondono i nomi dei cibi tradizionali o non li conoscono affatto. Da noi si crede che progredire significa distruggere la nostra identità. È difficile trovare sulla terra un popolo che da questo punto di vista sia sciocco come noi. D’altra parte, i manuali scolastici ricordano la Calabria solo per accennare alla Magna Grecia e per la questione meridionale. È tutto il resto? Per loro e per molti di noi, in mezzo ci sono due millenni senza storia, se non addirittura pieni di vicende di cui vergognarsi. Perciò abbiamo perso tutto: monumenti, lingua, tradizioni. Anche nelle piccole cose della nostra vita l’alienazione ci perseguita.

La ciaramella per esempio è spacciata. Mentre gli scozzesi mettono la zampogna anche nell’etichetta del Whisky, noi l’abbiamo eliminata anche dalle bande municipali. Trovare, poi, uno che sappia cantare alla “ciurameddara”, al di fuori della zona grecanica, è impresa disperata, e certamente costui, se esiste, ha più di 50 anni. Nemmeno la tarantella è fuori pericolo: dalle feste di nozze è già stata buttata via, il più delle volte.

Io spero che i mosorrofani sappiano difendere almeno gli ulivi del “Maisciu” e il “mascherone “della fontana di “Puzzo”. Invito i giovani a fare due ricerche, il più presto possibile, prima che scompaiano del tutto le testimonianze:

1- raccogliere i disegni dei tessuti artigianali, con i loro nomi. Il disegno a crocette formato da piccoli esagoni nella zona grecanica si chiama rosato (è l’ornamento delle colonne di Terreti che si conservano al Museo di Reggio); quello a rombi, telizio o fricazzaneddu (di solito sono vestiti così gli angoli bizantini); quello a più croci in scritte, bianchisano: nella Piana si chiama tarantola, cioè ragnatela. Eccetera.

Un’indagine dettagliata può permettere di tentare la storia della diffusione di quest’arte da noi. Un esempio significativo: la coperta da letto tessuta, fino a qualche decennio fa nella zona grecanica, si chiamava muddara; oggi la parola muddara designa la coperta da lavoro, mentre quella da letto si chiama affacciata o vutana (che significa bovese). Mi hanno informato che a Cannavò la coperta da lavoro si chiama butana.

2- Registrare i canti delle novene e le poesie religiose in dialetto. Sono convinto che più s’indaga in tal senso, più si scopre quanto siano profondi i legami tra noi e la cultura greca, tramite quella nostra splendida età bizantina contro la quale si scagliano ancora molti ignoranti.