Quando i mosorrofani incontrarono la "settima arte"
Dopo tantissimi anni, con un pizzico di nostalgia, ritorno a parlare su questo giornale del vecchio cinema di Mosorrofa. Lo faccio sintetizzando, per mancanza di spazio, il mio intervento tenuto in occasione dell’incontro del 2 agosto scorso, organizzato dall’Azione Cattolica locale con la speranza di rendere cosa gradita ai lettori ed a chi per motivi vari non era presente durante quella serata.
Con l’andare del tempo andare al cinema del rione Croce fu una passione diffusa in buona parte della comunità Mosorofana. Era un luogo di relazione dove al costo di un biglietto di poche lire si trascorrevano alcune ore immersi in storie lontane e vicine, in epoche remote o in fatti verosimilmente attuali. Una fonte di intrattenimento dove tutti potevano identificarsi con i personaggi sullo schermo, dimenticando i problemi quotidiani. Fu un contenitore fondamentale per la rinascita civile della società mosorrofana dal secondo Dopoguerra fino all’arrivo degli anni Ottanta, assumendo un ruolo pedagogico attivato dalla frequentazione abituale.
Agli inizi della sua attività, in quella sala, definita di 5^ categoria, arredata con sedili in legno ribaltabili, venivano utilizzate delle macchine da presa a passo ridotto; quindi, di carattere amatoriale che però permisero per un bel po’ ai mosorrofani di avvicinarsi alla magia delle immagini in movimento.
Quei proiettori, tanto per intenderci, che utilizzavano pellicole da 16 e da 8 mm soprattutto per la diffusione di materiale educativo, cineforum e proiezioni popolari in luoghi privi di sale cinematografiche. Proprio, qualche anno prima della nascita della struttura di Piazza Croce, ne venne adoperato uno simile in occasione di una festa celebrata a Mosorrofa, domenica 4 luglio del 1948, dove, alle ore 20, all’aperto, venne proiettato il documentario il “Mistero Cristiano” a cura del rev. Parroco Alampi.
Nel corso degli anni la famiglia Pristipino, sempre al passo con i tempi, acquisterà una macchina più costosa ed efficiente, nota anche come proiettore con lanterna a carbone, uno storico dispositivo che sfruttava un arco voltaico tra due bastoncini di carbone per generare una luce intensissima.
Richiedeva abilità e attenzione millimetrica per evitare lo spegnimento o variazioni di luminosità e produceva una luce calda e vibrante molto diversa da quella dei moderni sistemi digitali.
L’operatore non poteva allontanarsi, compromettendo anche la sua salute perché rimanendo diverse ore in cabina proiettando con i carboni, comunque, ne respirava il fumo.
L’ignaro spettatore poteva invece vivere un’esperienza filmica unica, cullato del suono del vecchio proiettore e ammaliato dal fascio di luce che usciva dalla macchina.
Non erano quindi soltanto le immagini ad affascinare noi ragazzi, la nostra attenzione era rapita anche dall’aspetto fisico, nel senso di materiale, che permetteva di generare quelle immagini: il cinematografo maneggiato da Nofrio, il rumore degli ingranaggi, la pellicola che scorreva accompagnata dal costante rischio che potesse prendere fuoco, rompendo così l’incantesimo.
L’esperienza della visione in sala non era solo un momento di crescita solitaria, ma anche e soprattutto un rito collettivo, una condivisione comunitaria di cui ognuno si sentiva partecipe, uno spazio sospeso che annientava le divisioni di età e di sesso: tutti, in quel momento, non erano altro che spettatori uno seduto accanto all’altro. Appena le luci si spegnevano e iniziava la proiezione, si viveva assieme la stessa esperienza.
Nella cabina di proiezione erano custoditi, tra l’altro, tutti i famosi “borderò” della SIAE, i registri di programmazione con i film proiettati annualmente e poi anche la documentazione con le case di noleggio, ma anche le “pizze” ovvero quelle scatole circolari di metallo in cui era conservata e trasportata la pellicola vergine.
Si andava al Cinema per passarci un intero pomeriggio domenicale, magari rivedendo la pellicola in caso di qualche temporale. Proprio in quell’occasione spesso mancava la corrente elettrica e a volte bisognava aspettare anche ore per riprendere la proiezione.
Oppure, come i più grandi, si andava il sabato sera, avvolti da una nube provocato dal fumo delle sigarette, tutti con il naso all’insù abbagliati dalle scene, a scioglier in bocca caramelle e bere gassose al caffè prima ancora che giungesse la moda americana del popcorn.
Quella sala buia di Piazza Croce è stata un luogo di vita, di cui rimangono nella memoria collettiva e personale di ognuno non solo le immagini proiettate nello schermo ma i fatti, gli aneddoti, gli usi, le abitudini di chi la frequentava. Era un autentico servizio socioculturale soprattutto perché pochi di coloro che abitavano in paese avevano la possibilità di frequentare la città, specialmente le famiglie.
Il cinema Pristipino insomma fu un presidio che compensava quell’emarginazione sociale frutto di errate scelte urbanistiche diffuse in tutte le periferie del Sud. Era anche elemento di integrazione poiché attraeva spesso spettatori esogeni al paese, che da altre zone come Vinco e Cataforio raggiungevano quella sala percorrendo diversi chilometri a piedi attraverso vecchi sentieri ormai impraticabili oppure da qualche “riggitano” che ci veniva per “recuperare” i film perduti in prima visione, perché in essa, ovviamente, si proiettavano solo seconde e terze.
Si andò avanti, malgrado l’arrivo della prima televisione nel bar del paese. Si susseguirono altri lavori al fabbricato, altri soldi vennero investiti per migliorare la ricettività e rendere più ospitale la sala, mentre al piano superiore trovava alloggio la numerosa famiglia del proprietario.
L’arrivo degli anni ’80 portava con sé la televisione ormai in tutte le case, l’home-video e il videonoleggio, che cambiò le sorti soprattutto delle piccole sale.
Il 24 giugno 1982, con la proiezione dell’ultima pellicola il cinema chiuse definitivamente i battenti.
Per dirla con Erri De Luca, quella sala, per circa trent’anni, fu la platea dei poveri abbagliata dai sogni.