San Demetrio, il cavaliere venuto dall'Oriente

Ogni 26 ottobre Mosorrofa si stringe attorno al suo patrono: San Demetrio martire di Tessalonica. La data non è casuale, si celebra il 26 ottobre, come in uso nella Chiesa d'Oriente, a testimonianza dell'antica origine greca del nostro borgo.

Ma chi era Demetrio? La tradizione lo dice diacono di Tessalonica, trafitto da lance intorno al 306, durante le persecuzioni volute da Diocleziano o forse da Galerio. Gli storici invitano alla prudenza: le origini del culto sono oscure e la prima testimonianza certa arriva circa 175 anni dopo il martirio. Resta però un fatto: la sua figura ha attraversato i secoli come poche altre. I Greci lo chiamano «Megalomartire», il grande martire, secondo per fama solo a san Giorgio, e «miroblita», perché dalle sue reliquie, custodite a Tessalonica, sgorgava un olio ritenuto miracoloso. Una tradizione più tarda lo volle militare, e per questo i Crociati lo adottarono come protettore insieme a san Giorgio: da qui l'immagine, cara anche a Mosorrofa, del giovane cavaliere in armi. La Chiesa cattolica, invece, lo ricorda il 9 aprile.

Il culto raggiunse il Sud Italia attraverso le comunità di tradizione greco-bizantina e italo-albanese. Lo ritroviamo in diverse località oltre che a Mosorrofa, a San Demetrio Corone, nel Cosentino, cuore dell'Arbëria che conserva lingua albanese e rito bizantino, e a Piana degli Albanesi, la cui cattedrale è dedicata proprio a San Demetrio Megalomartire.

A Mosorrofa, però, il santo ha un volto tutto suo, disegnato dalle leggende. C'è la storia della cera: quando, avvicinandosi la festa, mancava di che illuminare l'altare, un misterioso giovane cavaliere provvide al bisogno; era San Demetrio, disceso dal cielo per aiutare il suo popolo. C'è il ricordo più drammatico, la peste che in passato colpì spesso anche alle nostre latitudini causando decine di migliaia di morti, e dalla quale il santo, secondo la tradizione, salvò il paese apparendo per scacciare il contagio. Racconti che abbiamo visto rivivere nelle rievocazioni storiche in costume che hanno arricchito i festeggiamenti negli anni passati.

L'immagine conservata a Mosorrofa che ancora oggi viene portata in processione è molto antica: risale alla metà dell'Ottocento e sposa la tradizione del miles Christi, la stessa di san Giorgio e san Martino. La figura, in legno, ha un'impostazione composta, quasi trattenuta, mentre il volto è il cuore espressivo dell'opera: giovanile, idealizzato, dall'incarnato roseo e lo sguardo rivolto verso l'alto, con quella dolcezza devozionale di gusto tardo-ottocentesco che rimanda alla cultura figurativa napoletana e alla statuaria sacra meridionale. È un naturalismo «gentile», pensato per suscitare tenerezza e fiducia nel devoto più che stupore. Purtroppo l’immagine appare con colori che si presentano spenti e la superficie ingrigita: aspetto riconducibile a vernice ossidata e ingiallita, deposito di sporco e nerofumo, e a una o più ridipinture successive, indizi coerenti con ripetuti “rinfreschi”.  L'incarnato del volto è liscio e piuttosto “piatto”, opaco, con modellato morbido e poca trasparenza: un incarnato napoletano di buona fattura di metà Ottocento di solito ha velature più sottili e passaggi luminosi.

A darle carattere sono gli ornamenti e gli ex voto che l'accompagnano. Alcuni elementi fanno parte del corredo festivo e liturgico del santo come: l'aureola metallica a raggiera, cinta di stelle, sopra il capo, e l'esuberante pennacchio di piume vere, rosse e blu; appesa sul fianco sinistro riposa nel suo fodero originale un'antica sciabola. Il vessillo su asta, sormontato dalla croce, ne richiama il ruolo di difensore della fede. Sul petto e per i soli giorni festivi, viene esposto l’antico reliquario argenteo contenente una reliquia del santo. Piccoli e grandi ex voto che adornano la statua testimoniano l'enorme e storica devozione accompagnatasi al culto nei decenni. Fino a qualche anno fa la statua veniva addobbata con gli accessori migliori in occasione della festa, sostituiti il resto dell’anno da versioni meno preziose. Ognuno di questi oggetti a suo modo, racconta una storia ed è il simbolo del legame che lega  le vite dei mosorrofani al loro protettore.

Ogni 26 ottobre, quando la statua lascia la chiesa e attraversa le vie del paese tra le luci e il suono delle campane, non è soltanto un simulacro a sfilare: sono secoli di fede, di leggende e di devozione che tornano in mezzo alla gente. San Demetrio continua a cavalcare accanto al suo popolo, come nella notte della cera, come negli anni del contagio. E finché ci sarà chi illumina il suo altare e chi ne racconta la storia ai più piccoli, Mosorrofa non smetterà di riconoscersi in quel giovane cavaliere venuto dall'Oriente: custode delle sue radici e compagno del suo cammino.