Una perizia ottocentesca del mulino Sarlo

Il 29  di agosto del 1842 alle ore 15.00 presso il mulino del marchese Antonio Sarlo situato in Mosorrofa, tra la confluenza dei torrenti Mella e Carbone, alla presenza di Antonino Palmisano, cancelliere della  Regia Giustizia del Circondario di S. Agata in Gallina, compaiono Antonio Massara del fu Gaetano, di anni 25, muratore, Rocco Passaniti di Domenico, di anni 27 falegname e Demetrio Cassalia del fu Sebastiano, di anni 42, “esperto di campagna”, tutti domiciliati in Cataforio, i quali  sulla domanda avanzata dall’accolito D. Benedetto Lacava di Reggio, erano stati incaricati dal tribunale Civile della Provincia ad eseguire l’apprezzo dei beni  che  erano stati assegnati al religioso in sacro patrimonio dal sig. D. Antonio Sarlo proprietario,  al fine di stabilire il valore economico e la rendita fiscale del bene.

Il Patrimonio Sacro era spesso composto da beni immobili fruttiferi. Terreni agricoli, oliveti, frantoi e, per l’appunto, come in questo caso mulini idraulici che rappresentavano una fonte di reddito sicura e costante, poiché la molitura del grano garantiva entrate continue.

Questa “dote” veniva costituita da famiglie o benefattori per garantire una rendita annua fissa e dignitosa ai giovani chierici ordinati sacerdoti secolari, affinché  potessero dedicarsi interamente alla vita spirituale, evitando che dovessero  mendicare o svolgere lavori umili.

Prima di effettuare la relazione tecnico valutativa dettagliata  i “periti” specializzati, giunti da Cataforio, avevano prestano giuramento nelle mani del  Regio Giudice del Circondario, con l’assistenza ed intervento di tal Magistrato. Dal verbale redatto, rinvenuto presso l’Archivio di Stato apprendiamo quindi quanto segue:

 

La saetta del mulino, realizzata in pietra al suo interno, era alta palmi cinquantadue e larga  cinque e mezzo nella cima,  che diminuendo in proporzione all’altra estremità si restringeva ad un palmo e mezzo (Dopo la Riforma Borbonica del 1840  il palmo fu ricalibrato a 0,2645 metri).

Si trattava di un condotta forzata, a forma di imbuto tronco conico  integrato all’interno di una massiccia torre in pietra che oggi purtroppo non è più visibile a causa dei rampicanti e dei rami di una vicina quercia. L’acqua accumulata nei canali di derivazione riempiva questa torre-serbatoio. La saetta si restringeva progressivamente verso il basso. La forte riduzione di sezione generava un getto d’acqua ad altissima pressione che usciva dal fondo e andava a colpire direttamente le pale di legno della ruota idraulica, azionando la macina in pietra all’interno del mulino. Nel documento si parla del cannellaro che credo si riferisca al rivestimento e sagomatura della saitta con robusti massi di pietra lavorata per resistere all’erosione continua causata dallo scorrimento ad alta velocità dell’acqua.

Le “fabbriche esterne” che costituivano la detta saetta erano formate tutte di pietra e calce e misuravano canne quarantaquattro (una canna corrispondeva ad 8 palmi quindi 2,1164 m).

L’ acquedotto del mulino,  ovvero l’infrastruttura sopraelevata in pietra che prelevava l’acqua dal letto del torrente a monte per convogliarla, verso la torre  dell’edificio risultava  lungo canne centotrenta.

Il Capo canale, ossia “l’ arco reale”, la parte terminale dell’acquedotto  che si attaccava nella  saetta, era stato realizzato con pietre, calce e mattoni cotti. 

La  casa del mulino, costruita  tutta con pietra e calce, misurava canne settantasei. Per la copertura erano state utilizzate 1800 tegole  e sette travi. Per reggere le tegole del tetto invece, sei tratti di ciavuruni, ovvero delle stecche di legno lunghe e resistenti. La porta d’ingresso, era alta palmi otto, e larga quattro, realizzata con legno di  castagno, come pure la finestra per la parte di occidente, alta palmi cinque e larga tre e mezzo.

Un’ altra finestra della stessa altezza e larghezza era situata nella parte di settentrione.

Per la formazione della tramoia e del farinaio collocate all’interno della casa furono impiegate tavole, travi, ferramenti ed altro.

La tramoja (tramoggia) era un grande contenitore  di legno a forma di piramide tronca rovesciata. Veniva riempito di grano o altri cereali dall'alto; grazie alla sua forma, faceva convogliare i chicchi verso il basso per caduta, immettendoli direttamente tra le macine per essere trasformati in farina, mentre il farinaio indicava il locale del mulino in cui si raccoglieva e si conserva la farina appena macinata.

Nella perizia sono poi menzionate  le macine e la chiancotta. Quest’ ultima era una grande lastra in pietra dura spesso ricavata da rocce locali  che costituiva il piano orizzontale rialzato su cui poggiavano le macine. Doveva essere spessa, perfettamente livellata e capace di assorbire le fortissime vibrazioni generate dalla rotazione della macina superiore (a suprana) sopra quella inferiore fissa (a suttana).

La ruota di legno  situata in un cunicolo sottostante al piano di calpestio dell’edifico era il vero “motore” del mulino. Costruita da artigiani specializzati, sfruttava la spinta o il peso dell’acqua per generare l’energia meccanica necessaria a muovere, come già detto, le pesanti macine di pietra interne.

La lamia reale che  indicava la volta a botte del cunicolo chiamato filìcia dove era posizionata la ruota di legno, era stata realizzata con pietra, calce e mattoni cotti. Risultava lunga palmi ventisette, larga  dieci, ed alta  otto, che formavano in tutto canne sedici.

Accanto alla casa del mulino vi era attaccata una stalla costruita sempre con pietra e calce che misurava tredici canne. Anche in questo caso troviamo la porta d’ingresso in legno di castagno, alta palmi otto e larga tre e mezzo.  Ci sono tre travi per il tetto e gli immancabili ciavuruni che reggono 600 tegole.

L’accolito Benedetto La Cava, riceve anche un fondo confinante con la stalla, limitante da occidente con lo spazio adiacente all’ingresso del mulino stesso, mentre da scirocco col  “fiume detto Carbone”, e da oriente a settentrione col rimanente fondo dello stesso Antonino Sarlo. II tutto, chiuso  da muri di pietra e calce e  da macerie. Conteneva venticinque alberi di  bergamotti della età di  circa anni venti, nonché un piede di ciliegio della stessa età e due di gelsi bianchi, dell’età di circa anni trenta, che producevano sei carichi di fronda.

Il valore totale del mulino viene stimato in ducati 786 e grana 95, mentre quello del fondo ducati duecentotrenta. Il tutto  ammontava a 1016.95 ducati.

Nell’eseguire l’apprezzo del mulino i periti avevano inoltre dichiarato che per le misurazioni, si erano serviti, del passetto napolitano e, nel fissare il valore dei beni, tenuto presente, non solo la posizione del luogo, ma anche “i prezzi che corrono  tanto delle fabbriche, quanto degli alberi e terreno nelle contrade vicine”; rimarcando infine che gli alberi presenti nel fondo da loro apprezzato furono piantati dopo l’epoca del “rivelo fondiario”, un antico tipo di dichiarazione fiscale in uso sino al XIX secolo che riguardava soprattutto  le proprietà e i beni.

Poichè  Demetrio Cassalia non sapeva scrivere, il verbale di perizia venne redatto dal Cancelliere il quale ne aveva dato lettura ad alta voce ai presenti Passaniti e Massara che, dopo averlo sottoscritto, fu consegnato al Regio Giudice per vidimarlo.

Da documenti successivi, sempre ottocenteschi, sapiamo anche che alcuni ambienti adiacenti  al mulino vennero adibiti a frantoio per la molitura delle olive ed a opificio per l’estrazione dell’essenza di bergamotto, mentre uno dei mugnai risultava  essere  Pasquale Barreca di Andrea.

Dei cinque mulini documentati lungo le fiumara Mella e Carbone, quello di Sarlo fu l’ultimo ad essere edificato e, come tutti gli altri, cessò la sua attività principalmente a causa dell’avvento di nuove tecnologie energetiche e di macinazione che, già a partire dagli inizi del XX secolo, non richiedevano più la forza motrice dei torrenti per essere alimentati.