Antichi frantoi di Mosorrofa

Un trattore rumoroso percorre le strette vie del paese col suo carico di cassette gialle ricolme di olive appena raccolte. Il tempo clemente di un dicembre soleggiato consente ancora il rinnovo di un rito antico quanto la nostra piccola comunità.

Sebbene le colline circostanti siano punteggiate da oliveti, alcuni dei quali contano alberi secolari che testimoniano la longevità di questa tradizione, le persone intente a raccogliere il prezioso frutto sono sempre di meno.

Portare le olive per la molitura dopo appena la raccolta, garantisce all’uomo alla guida del trattore e agli altri proprietari, una qualità superiore dell’olio, ma la strada verso il “trappeto” è ancora lontana.  Bisogna spostarsi in qualche altro posto distante diversi chilometri da Mosorrofa. Gli ultimi opifici hanno chiuso i battenti qualche anno fa nonostante la loro esistenza sia documentata in paese almeno dal ‘600.

Nella seconda metà dell’Ottocento proprio uno di essi, quello appartenente a D. Antonio Melacrino, era collocato nella parte settentrionale dello stesso abitato, fra le ultime case, accosto ad un precipizio (credo al rione Mulè), e poiché il casamento che lo ospitava era in rovina fu necessario toglierne il “macchinismo” e trasportarlo in una casa del signor Domenico Melacrino situata all’angolo del fondo Maisciu e la strada di discesa al torrente Carbone. Essendo l’edificio angusto si dovette però allungare “con nuova fabbrica” verso la strada, così come pure sistemare alla meglio la copertura di tegole col tetto  a cannizza.

In questo “rattoppato casamento” vi fu collocato un piano circolare alquanto concavo di nuova fabbrica e “formato a regola” chiamato scodella, da dove le olive, venivano infrante col mezzo della macchina per passare poi sotto lo “strettoio che era alla genovese”. Questo aveva un grosso pezzo di legno orizzontale per basamento, due in piedi verticali di quercia che vi eran fissati con grosse barre di ferro per rinforzo che sostenevano la “scrofola o femina” pure rinforzata di ferro, nella quale agiva per strettoio una grossa vite di ferro fuso. L’impiede di legno poco discosto, dove si avvolgeva la fune dell’argano faceva agire lo strettoio per la leva mobile. Tutto il “macchinismo” venne definito in buone condizioni, “atto al moto” e valutato 600 ducati.

Le operazioni erano dirette e sorvegliate da uno chiamato mastro e l’olio si riponeva nelle giarre di creta. Mentre nel trappeto erano occupati alla macchina, altri gruppi di uomini se ne stavano sugli alberi ad abbacchiare gli ulivi che venivano raccolte da donne di ogni età.

Nel 1851 a Mosorrofa risultavano 4 frantoi “dell’antica maniera detta a mano” e situati in siti ventilati. Le olive si tenevano per pochi giorni nei sacchi, trasportati dai piccoli proprietari o dai coloni dei grandi proprietari. L’olio che si produceva risultava di qualità eccellente.

Nel 1657 Marcello Borruto risulta proprietario di trappeto a Mosorrofa. L’anno successivo ne è attestata la presenza di un altro di cui è possessore Francesco Columbo, mentre nel 1732 il rev. Nicola Borruto di Sant’Agata consegna a Giovanni Cama una casa terranea con suo trappeto di olive dentro per fare olio e “con suoi ordegni macinanti, ed un pezzetto di luogo attaccato con detta casa per la parte della borea e scirocco  et camera per conservazione dell’olio di detto trappeto posta dentro il casale di Musorrofa pertinenza di S. Agata et proprio dietro la venerabile parrocchiale Chiesa di S. Demetrio, limitante con le case della sig. Caterina Colombo vedova di Giuseppe Oliva, la casa di Santo Bruno di Mosorrofa e strada pubblica”.

Fino al XVIII secolo la lavorazione delle olive in paese seguiva tecniche arcaiche.

Questi frantoi erano anche chiamati “trappeti a sangue” ed erano azionati da uomini e animali. Ciò basta a dare un’idea di quanta fatica costasse la produzione di olio fino all’impiego dei moderni macchinari.