Una festa identitaria

Anche quest’anno la festa di San Demetrio ha segnato un momento di forte identità per la nostra comunità. Moltissimi gli emigrati e gli studenti fuori sede rientrati per l’occasione. La religiosità popolare si è manifestata ancora una volta nella sua spiritualità fatta di gesti semplici, di novene, di processioni, di preghiere e canti antichi tramandati dai nostri avi, ma anche l’occasione per molti, attraverso il Santo Martire di Tessalonica, di riflettere sulla propria fede in Gesù Cristo e sulla Chiesa. I festeggiamenti civili hanno registrato grande partecipazione. Una cover dei Ricchi e Poveri, il concerto degli Zingari Felici, la nostra banda musicale diretta dal Maestro Antonino Schiavone hanno coinvolto varie generazioni. Le tradizionali frittole di cui i mosorrofani sono maestri riconosciuti, cucinate nelle due macellerie del paese, oltre che dal locale Circolo Cacciatori, hanno deliziato il palato di centinaia di persone in un clima di convivialità che ha contagiato anche i forestieri presenti in massa anche alla Sagra dei funghi tenutesi la settimana precedente. La cultura è stata presente. La Rievocazione storica sulla festa di San Demetrio al tempo dei Borboni, ideata da Paolo Cotrupi in collaborazione con tanti volontari (tra cui merita una menzione particolare Marcello Verbaro) ha coinvolto un centinaio di comparse. Hanno partecipato all’importante evento storico-culturale anche molte comparse dei vicini paesi della valle del Sant’Agata. Ampia partecipazione alla presentazione del libro sulla Capra dell’Aspromonte come al Concorso culturale e alla Borsa di studio per i ragazzi delle scuole medie. Apprezzata dai visitatori l’originale mostra di strumenti musicali fatti con materiali di riciclo curata da Pino Nicolò presso l’ex Osteria Monorchio in Via Fiume. Impeccabili come sempre l’illuminazione e i fuochi artificiali curati dalla ditta Schiavone. Sia pure con tante difficoltà e pur consapevoli che l’organizzazione può sempre migliorare, il parroco don Mimmo Labella e il consiglio pastorale hanno cercato di allestire un programma all’altezza di una tradizione centenaria. E’ importante è che anche le nuove generazioni possano continuare a sperimentare il valore e il significato di una festa tramandateci dai nostri avi nel segno di una Fede autenticamente popolare, a volte da purificare, ma che esprime valori importanti anche nel mondo di oggi, saturo di tecnologia ma spesso povero di autentiche relazioni umane. Il beato Giovanni Paolo II nel suo Magistero ha dedicato particolare attenzione al fenomeno della religiosità popolare. Secondo il beato pontefice, la religiosità popolare non è altro che «una fede radicata profondamente in una cultura precisa, immersa sin nelle fibre del cuore e nelle idee, e soprattutto condivisa largamente da un popolo intero, che è allora popolo di Dio». Il Santo Padre fa risalire la dimensione “popolare” del cristianesimo al Cenacolo di Pentecoste, quando la Chiesa uscì in modo dirompente dalla cerchia del piccolo gruppo dei primi discepoli. Il carattere “popolare” del cristianesimo è, a suo avviso, essenziale perché esprime la cattolicità della Chiesa. La dimensione popolare, presente sin dalle origini della Chiesa - come testimoniano gli Atti degli Apostoli – costituisce un dono e un appello a cui devono prestare attenzione soprattutto i Pastori che hanno il compito della guida e del discernimento. Nel discorso citato, Giovanni Paolo II ribadisce con forza che «la Chiesa cattolica non può essere ridotta a un cenacolo, a un’élite spirituale o apostolica».2 Per questa ragione nella pastorale bisogna «evitare i falsi dilemmi: o l’élite o la massa – la qualità dei cristiani o la quantità - una Chiesa orientata verso l’interno o verso l’esterno»