Il mulino ad acqua che non macina più

Alla fine del rione Mulè, in prossimità dello Zimburro affacciandosi sulla sottostante fiumara, seminascosti tra gli alberi di bergamotto e di altri agrumi, nella proprietà Comi, insistono ancora i ruderi di un vecchio mulino che, come le altre “macchine idrauliche”, situate lungo il suo corso, sfruttava l’acqua del torrente Mella, annualmente soggetta a piene ed a fasi di secca. Tra i cinque mulini documentati nel territorio mosorrofano, era sicuramente quello più vicino al paese, dal quale era raggiungibile attraverso un’antica mulattiera.
La sua torre idrica detta saitta si staglia ancora come una sentinella, miracolosamente sopravvissuta a violenti terremoti ed altre calamità naturali.
A differenza della saitta, il fabbricato che si appoggia ad essa, ormai invaso dai rovi, con la copertura ad una sola falda di ciuramite, si trova in pessimo stato e misura al suo interno metri 5,00 x 4,55. Le dimensioni erano quelle strettamente necessarie per l’installazione e la gestione dell’impianto di molitura e per il deposito di attrezzi, strumenti e cereali. Sul pavimento giace ancora abbandonata la mola “sottana”.
Il cunicolo, col soffitto a volta dove era collocata la ruota orizzontale, azionata dalla forza dell’acqua che, tramite un asse di legno chiamato fuso, faceva girare la “mola soprana”, è invece parzialmente crollato in corrispondenza proprio della macina. L’impiego della ruota orizzontale era funzionale alla peculiarità torrentizia del Mella, la cui modesta portata non consentiva l’utilizzo della modello vitruviano a ruota verticale.
La torre, sulla quale è incisa una croce latina, con funzione apotropaica, è a pianta pressoché circolare e ha come contrafforte, un corpo prismatico più basso. Il canale di allaccio che la collegava, poggiante su un muro con al centro un piccolo vano di transito, è lungo 20 metri ed ha un elegante andamento sinuoso che si innestava sul cundutto il quale convogliava più a monte parte dell’acqua deviata dalla fiumara.
Nel periodo di attività del mulino, l’area in cui esso sorgeva, si trasformava in un palcoscenico teatrale dove, oltre al rituale festoso, ad esibirsi erano il rombo della cascata d’acqua che precipitava nella torre azionando la ruota col potente flusso idrico.
Sul finire del Settecento nel vasto “giardino” intorno al mulino, oltre agli agrumi sono documentate piante di fichi, una vigna di nucera, gelsi, ortaggi, piantagioni di fagioli e alberi di pioppo dalla parte del torrente.
In un viaggio a ritroso nella memoria possiamo ancora vedere i contadini trasportare il grano con i loro animali oppure a spalla e le donne mettere sulla testa i candidi sacchi di canapa legati a mucchietto e poi, all’ombra degli alberi chiacchierare piacevolmente in attesa che arrivi il loro turno per macinare il frumento.
La mancanza di piogge, a partire dalla tarda primavera in poi, causava generalmente l’arresto della molitura per tutto il periodo estivo, fino all'autunno.
Il mulino, che nel 1756 risulta di proprietà di Ettore Melacrino solitamente veniva dato in affitto ad un mugnaio per un limitato numero di anni dietro un canone stabilito sia in natura che in denaro, riservandosene sempre la proprietà. Solo i grandi possidenti, infatti, potevano disporre del capitale occorrente per far fronte, sia agli alti costi di costruzione, sia alle annuali spese di gestione di cui abbisognavano questi opifici idraulici.
L’affittuario si impegnava a restituirlo nelle condizioni in cui gli era stato consegnato e la manutenzione ordinaria, quindi, risultava a carico di quest'ultimo; la scadenza del contratto veniva fissata generalmente a metà agosto.
Al figlio Onofrio, oltre al giardino alberato di gelsi, olivare, ficare, altri alberi da frutto e una casa di nutricato per l’allevamento dei bachi, Ettore Melacrino lascia anche il mulino con lo stabile in esso contiguo.
Nel 1761 si parla invece di un lite giudiziaria che verteva da più anni tra quest’ultimo e Pasquale Mazzone in quanto il primo sosteneva che l’ acqua del vallone di Carcia, insieme a quella delle valli di Scitarù, e Carbone che confluivano sul torrente Mella, era destinata per uso e comodo del suo molino sito sotto il casale di Misorrofa, e che solamente nei tempi estivi, dalla mattina del sabato sino a quella di domenica, i proprietari dei poderi superiori potevano servirsi di dette acque per i loro fondi, e che così si era sempre praticato. Il mugnaio e gli uomini di suo servizio dovevano quindi essere liberi di recarsi in dette valli, compresa quella di Carcia per mantenere e “rivoltare” l’acqua per comodo del mulino.
Nel 1790 il mulino viene dato in affitto ad Andrea Barreca del casale della vicina Pavigliana, per lo spazio di due anni continui, “principiando dal dì quindici dell’entrante mese di agosto corrente fino al quindici del mese agosto del 1792”. In cambio si obbliga di consegnare ad Onofrio Melacrino trentadue tumula di frumento per ognuno di detti anni, di cui dodici di grano bianco e di buona qualità raso portato in casa, diciotto di germano e due di orzo “alla misura napolitana”, come pure per l’altro rimanente anno di affitto.
Al proprietario invece il compito di provvedere il mugnaio di pietre macine, ferramenti, ruote e di altro legname bisognevole per il buon funzionamento del mulino. Venendo meno queste condizioni, al Barreca gli sarebbero state retribuite le giornate di inattività.
Nel caso poi che l’acquedotto avesse subito dei danni causati da qualche alluvione, o per altri motivi, le riparazioni e le spese per la sua pulizia, affinché non venisse danneggiato il giardino con la fuoriuscita delle acque restavano a carico del molinaro. Egli era anche tenuto situare a sue spese le pietre, le ruote, ed altro legname. Aveva ancora il compito della manutenzione del fuso, l’albero verticale che, come già detto, era collegato direttamente alla ruota idraulica il cui moto veniva trasmesso alla macina rotante e la chianca, ovvero un grosso legno bene stagionato a forma di parallelepipedo rettangolare che faceva parte dell’ingranaggio. In un ambiente così umido e freddo, questi elementi in legno del macchinario venivano infatti corrosi dall’umidità e marcivano facilmente.
Le “temparatine del pizzicuto” e dei martelli, andavano sempre a suo carico poche circa ogni sei mesi occorreva “battere la macina” cioè ridare rugosità alle facce interne delle mole, divenute lisce per l’attrito.
In un atto redatto nel 1793 lo stesso Barreca si obbliga di trasportare a casa della signora Petronilla Tripepi vedova di Onofrio Melacrino della città di S. Agata la somma di tumula dieci di frumento raso e con la giusta misura, cioè tre di grano bianco, quattro e mezzo di germano, due e mezzo di orzo.
“Dal dì 15 del venturo mese di agosto del corrente anno 1800, fino alli 15 agosto dell’anno 1804”, il mulino viene dato in locazione da Ettore Maria Melacrino del fu Onofrio “vero signore e padrone” ad Antonio Pellicanò fu Cristofaro, con essere tenuto ed obbligato esso fittuario, corrispondere annualmente l’annuale estaglio di tumula 40 di frumento raso e portato in casa rispettivamente per ognuno di detti anni quattro.
In caso di mancanza d’acqua dovuta a cause accidentali o perché bisognevole ad una gualchiera situata più a valle, il Pellicanò era autorizzato a portare i sacchi di frumento dei suoi clienti e macinarli in un altro mulino (appartenente sempre al Melacrino, come pure la gualchiera che si trovava accanto). Viceversa, l’altro mugnaio Natale Bova poteva portarli in quello del Pellicanò senza che “nell’uno né l’altro potessero pretendere per detto macino cosa veruna”.
Il 24 marzo 1834 Ettore Maria Melacrino e suo figlio Giuseppe Maria danno a Natale Bova del fu Saverio e a suo figlio Demetrio entrambi di Mosorrofa “i due molini macinanti ad acqua” per lo spazio di anni quattro e per l’annua corrispondenza di docati 18 in contante, più 12 tumuli di grano, 34 di germano e 6 di orzo.
All’indomani dell’Unità d’Italia, in seguito all’approvazione della iniqua tassa sul macinato che rese necessario progettare e costruire contatori meccanici da applicare alle macine, al fine di misurare la quantità di cereale tassabile, anche nel mulino Melacrino si registrano episodi tendenti a frodare l’imposta, manomettendo il contatore.
Sebastiano Cassalia di Demetrio mugnaio di Mosorrofa viene imputato per contravvenzione alla legge sul macinato per guasto non denunciato avvenuto al sugello in filo di rame che assicurava al palo anche se poi, in appello, sarà annullata la sentenza.
Da una perizia del 1870 si parla ancora del mulino in questione con l’ultima parte dell’acquedotto in muratura e la casetta dove è sito il meccanismo, per la cui manutenzione annua si spendono circa 14 lire, 10 per l’imposta fondiaria ed altre 7 per “infortunio deperimento”. Viene affittato per annue lire 182, ma durante l’estate soffre penuria di acqua, con una rendita annua netta di lire 151. Il valore del mulino viene stimato complessivamente 3020 lire.